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19/05/2022

Un’altra immagine di Nietzsche, filosofo della vita

Molti – se non la maggior parte delle persone – conoscono Friedrich Nietzsche (1844 – 1900) come autore di opere di filosofia morale. E, spesso, tendono a raffigurarselo imprecisamente come un uomo ossessionato dai pensieri, talmente tanto da finire pazzo in manicomio – quando in realtà è più che verosimile che la sua pazzia sia stata provocata da cause fisiologiche sulle quali non entriamo nel merito.

Quando si studia la biografia di Nietzsche, infatti, questo ritratto si mostra per quello che è: uno stereotipo, il classico stereotipo del filosofo che passa tutto il tempo a pensare, a riflettere e a martellarsi il cervello – per non usare espressioni più volgari.

In foto, Friedrich Nietzsche

Non tutti sanno, però, che sin dall’infanzia Nietzsche sviluppò un grande amore per la poesia, l’arte, la musica, la natura, l’amicizia e il gioco. Ed è sicuramente questa la ragione per la quale il filosofo tedesco – peraltro formatosi come filologo classico – si interessò profondamente all’estetica, alla filosofia dell’arte e in particolare alla filosofia della musica.

Testimonianze di queste sue inclinazioni si trovano – oltre che nelle sue opere più famose – nei suoi meno conosciuti appunti autobiografici, scritti tra i 12 e i 25 anni (e raccolti nell’opera La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, Adelphi). Questi aneddoti e racconti della sua vita aiutano moltissimo a comprendere alcuni caratteri essenziali della sua personalità, che resteranno sempre ben presenti nella sua filosofia.

Nietzsche iniziò a suonare il pianoforte a 9 anni. Alla stessa età iniziò anche a dipingere e a comporre poesie. Lui stesso racconta che a 12 anni andava a lezione di pianoforte ogni mercoledì, e quando per Natale ricevette in regalo un volume contenente dodici sinfonie a quattro mani di Haydn fu “scosso da un brivido di gioia” e sentiva “appagato il suo desiderio più grande”.

Anche suo padre, il pastore protestante Carl Ludwig, era musicista. Nonostante il piccolo Friedrich avesse solo 4 anni quando il padre morì a 36 anni, di lui ricorda che “aveva un grande talento per il pianoforte, soprattutto per le libere variazioni”.

Ritratto di Carl Ludwig Nietzsche (1813 – 1849), padre del filosofo tedesco

Uno dei suoi più cari amici d’infanzia era il compositore Clemens Felix Gustav Krug. Gustav era figlio di un consigliere di corte d’appello, Gustav Adolf Krug, che Nietzsche ricorda così: “un gran cultore e virtuoso di musica, che aveva persino scritto eccellenti composizioni, tra cui alcune sonate, che furono premiate, e dei quartetti. […] Possedeva uno stupendo pianoforte a coda, che mi attirava a tal punto che sovente me ne stavo davanti a casa sua e porgevo orecchio alle sublimi melodie di Beethoven. Mendelssohn-Bartholdy era suo grande amico, come pure i fratelli Müller, i celebri virtuosi del violino, che fui tanto fortunato da ascoltare una volta. In quella casa si radunava spesso una eletta cerchia di amanti della musica, e quasi tutti i virtuosi che volevano esibirsi a Naumburg cercavano una raccomandazione dal consigliere Krug. In una tale famiglia venne allevato Gustav”.

Dell’amico Gustav Nietzsche dice: “Naturalmente fin da bambino venne educato alle gioie della musica. Così imparò assai presto a suonare il violino, giacché non risparmiò fatica a divenirne padrone. In seguito la musica gli è divenuta così necessaria che se gli venisse tolta lo si priverebbe, io credo, di una parte dell’anima”.

In foto, Nietzsche, a destra, con due dei suoi più cari amici, da sinistra il filologo e accademico Erwin Rohde (1845 – 1898) e il nobile ciambellano Carl von Gersdoff (1844 – 1904)

Dei momenti passati con Gustav ricorda anche quando giocavano insieme. Uno dei loro giochi preferiti era “il gioco della fortezza”, in cui simulavano l’assedio di Sebastopoli (città della Crimea, allora territorio russo) del 1854 – 1855 da parte degli alleati francesi, ottomani e inglesi.

E anche la musica, per loro, era un gioco – cosa che, tra l’altro, trova anche una corrispondenza nella lingua tedesca, visto che il verbo spielen significa sia giocare, sia suonare (così come anche l’inglese to play e il francese jouer).

Di questi momenti Nietzsche scrive: “Quante volte guardavamo insieme le note, esprimevamo le nostre opinioni a contrasto, provavamo questo o quel pezzo, suonavamo l’uno per l’altro”. Al tempo, Friedrich aveva 10-11 anni.

Quando da piccolo frequentava la chiesa, il piccolo Friedrich ascoltava i canti con grande piacere, e tornato a casa sentiva la necessità di mettersi “subito a lavoro” per comporre qualcosa di simile.

Scrive: “a ogni nuovo accordo che risuonava provavo una gioia infantile. Poiché continuai questo lavoro per anni ne trassi notevole vantaggio, perché lo studio delle leggi dell’armonia mi insegnò anche a suonare a prima vista. Per questo non rimpiango i tanti fogli di carta da musica consumati. Me ne derivò anche un odio inestinguibile per tutta la musica moderna e per tutto quanto non era classico. Mozart e Haydn, Schubert e Mendelssohn, Beethoven e Bach: ecco le uniche colonne sulle quali la musica tedesca e io ci fondavamo”.

Andava spesso ad assistere alle prove serali di musica in chiesa, e ricorda: “me ne stavo seduto nella sacra penombra del duomo, ad ascoltare quelle sublimi melodie”. A 15 anni si recava ogni giorno a Lipsia, dove andava a visitare librerie e negozi di musica. E lo stesso anno era diventato corista nel coro della chiesa.

In foto, Friedrich Nietzsche

Vedeva nella musica “un dono di Dio” attraverso la quale è possibile elevarsi verso l’alto, rallegrarsi e scacciare i pensieri tristi. La musica, secondo il giovane Friedrich, può essere usata male, per svago ed esibizione; oppure bene, come guida verso il Bene e la Verità. Può essere artificiale e fredda, come la “musica del futuro” di Liszt o Berlioz; “offre un piacevole passatempo e preserva dalla noia chiunque la coltivi”. Si tratta di un’arte che solo persone prive di spirito, simili ad animali, possono disprezzare.

Nei suoi appunti ricorda con grande piacere i momenti in cui cantava, danzava e si divertiva con i suoi compagni, e quelli in cui suonava e componeva. Amava fare lunghe passeggiate all’aperto, nuotare e contemplare la natura. E preferiva godersi le vacanze senza fare assolutamente niente.

Sviluppò un amore talmente forte per la musica classica da scrivere a 20 anni che il suo interesse per la teoria della composizione lo aveva portato a considerare “banalizzante” l’improvvisazione.

Tutte storie e racconti, insomma, che ci danno un’immagine radicalmente diversa del filosofo tedesco.

Eppure, sono proprio queste storie ad aiutarci a dipingerne un ritratto più realistico, a farci capire perché, in tutta la sua filosofia, viene data così tanta importanza a concetti come “istinto” e “dionisiaco”, rispettivamente contrapposti a “razionalità” e “apollineo”.

In La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica (1872) la sua tesi principale è, addirittura, che la tragedia greca sia originariamente nata proprio dall’elemento dionisiaco, ossia dallo spirito della musica, che è vita, l’unica espressione diretta dell’essere e della verità delle cose.

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