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02/12/2021

“Storie di ultimi ed oppressi: il popolo Hazara”

Il Trattato è felice di dare il benvenuto a Claudio Concas e alla sua rubrica “Voci dall’hazaristan”. A partire dai suoi lavori di ricerca, Claudio ci racconterà, attraverso una serie di riflessioni, la realtà sociale del popolo Hazara, tra violazione dei diritti umani e speranze di risoluzione.

Provare a raccontare un po’ la storia dell’Afghanistan, che già di per sé è una scatola di questioni complesse e di non immediata comprensione, significa descrivere adeguatamente la forte connotazione tribale ed etnica della società. Le migrazioni e le campagne militari che hanno attraversato il paese per oltre mille anni, hanno creato un quadro etnico estremamente variegato e ricco di differenze sociali e politiche, ma hanno anche consegnato alla storia uno stato di 37 milioni di cittadini, divisi in cinquanta gruppi etnici e che parlano oltre trenta idiomi.

Secondo l’articolo 4 della Costituzione afghana, approvata nel 2004 dopo il crollo – momentaneo – dei Talebani, l’Afghanistan è composto da quattordici gruppi etnici principali. Il maggioritario, quello dei Pashtun, conta circa il 35% della popolazione e rappresenta il potere costituito: da circa duecento anni, senza sostanziali interruzioni, i pashtun governano l’Afghanistan. Gli altri gruppi etnici riconoscibili e presenti nelle vicende storiche della nazione, Tagiki, Uzbeki, Hazara o Turkmeni, hanno subito una forte discriminazione etnica e si sono trovati ad essere organizzati sotto aspetti sociali tipicamente pashtun.

In un Paese dominato dalle strutture etniche e dagli intricati rapporti tribali infatti, l’affermazione dell’identità nazionale passava dall’eliminazione di qualsiasi impianto culturale che non fosse quello pashtun. A fare le spese di questo processo sono stati soprattutto gli Hazara. Sciiti in un paese che al 90% è sunnita, gli Hazara hanno vissuto dagli ultimi anni dell’ottocento in un regime di discriminazione sistemica e di Apartheid. Fu nel 1890, infatti, che l’Hazaristan, fino a quel momento indipendente, fu conquistato in maniera sanguinosa da Abdur Rahman Khan. I pashtun seguono il pashtunwali, un codice di comportamento preislamico che scandisce la vita di ogni singolo appartenente all’etnia. “Fare pashtun è più importante che essere pashtun”, e fare pashtun, molto spesso, significa rispettare e mantenere l’ordine delle cose, proteggendo “zar,zan,zameen”, ovvero la terra, la donna e l’onore.

Il mantenimento dell’onore della donna è sicuramente uno degli aspetti fondamentali dello scontro etnico fra pashtun e hazara. D’altro canto, l’impianto culturale hazara racconta di un popolo molto attento alla cultura, all’arte e alla formazione, che vede nell’istruzione l’arma principale per combattere una guerra identitaria e che non accetta in alcun modo, per esempio, il ridimensionamento del ruolo della donna: le donne dell’Hazaristan, infatti, sono donne libere. Non è un caso che Habiba Sarabi, hazara, sia la prima donna della storia dell’Afghanistan ad essere stata eletta governatrice di una provincia.

La conquista dell’Hazaristan fu una vera e propria guerra identitaria: vincerla, per l’emiro, voleva dire affermare un’identità nazionale afghana pashtun a scapito degli altri gruppi etnici. La popolazione hazara fu sterminata e ridotta in schiavitù, fu loro negato quasi completamente l’accesso all’istruzione e alla partecipazione assembleare. Fu l’inizio di un attacco senza precedenti per l’identità hazara: mentre la loro storia veniva riscritta dai loro nemici e la loro cultura quasi cancellata, la loro conformazione etnica diveniva una colpa.

La forma dei loro occhi, “che non possiamo nascondere”, simbolo di un’appartenenza etnica diversa, divennero il lasciapassare per ogni sorta di violenza e discriminazione. Lungo l’arco del novecento sono stati gli spettatori sofferenti di un processo storico violento che ha modificato radicalmente il paese e l’avvento dei talebani nel 1996 rappresentò un peggioramento notevole della loro condizione: gli studenti coranici, infatti, non avevano bisogno nemmeno di giustificare le violenze sugli hazara che, in quanto sciiti, erano infedeli e quindi meritavano la pulizia etnica.  L’intervento della coalizione internazionale dopo l’11 settembre portò al crollo dei talebani e alla Repubblica Islamica dell’Afghanistan: nel 2004 fu approvata la costituzione che avrebbe dovuto garantire il rispetto delle diverse componenti etniche e fornire una parità sostanziale.

Se in Occidente scontiamo la solita visione eurocentrica e molti testi sull’Afghanistan si spingono addirittura ad affermare che con la Costituzione tutte le etnie vivono in pace in Afghanistan, la realtà dei fatti è ben diversa: il governo afghano è rimasto a forte trazione pashtun e gli hazara non hanno visto in alcun modo la loro condizione migliorare. Col passare degli anni e l’intensificarsi degli attacchi dei talebani la loro sopravvivenza è ancora oggi messa a dura prova, soprattutto dal momento che la protezione del governo latita. Molti ragazzi sono stati costretti a scappare dalla propria terra e a compiere viaggi drammatici per raggiungere i paesi occidentali, dando via ad un fenomeno che loro stessi definiscono diaspora hazara. Tutti loro, soprattutto i più giovani, hanno in comune un aspetto fondamentale: l’incombenza costante di dimenticarsi chi si è e quale sia la propria storia.

Non si può dire, inoltre, che la battaglia per l’accesso all’istruzione sia stata facile, né si può considerare ancora conclusa. Dall’istituzione della prima scuola pubblica di Kaboul, 1904, al 1978, gli Hazara furono fortemente discriminati e non venne loro garantito il naturale accesso alla formazione.  Se la costruzione di scuole cresceva in tutto il paese, dove la domanda era più alta – l’Hazaristan – il governo non provvedeva all’istituzione di scuole. La prima scuola hazara fu fondata nel 1938, a Raqul e quando nel 1960 gli istituti scolastici in Afghanistan raggiunsero le 1450 unità, l’Hazaristan contava solo venti edifici dediti all’educazione primaria e sparsi fra i villaggi.


Dal 24 aprile al 4 maggio ad Istanbul avranno luogo i negoziati di pace fra governo afghano e talebani. Nel contesto politico attuale regna il caos: Biden ha annunciato che ritirerà le truppe dall’Afghanistan l’11 settembre del 2021 – la data scelta, certamente, non è casuale – ma diversi funzionari afghani hanno espresso preoccupazione per questa eventualità: non esistono ancora le condizioni che garantiscano un processo di pace stabile e proficuo. La preoccupazione nella comunità hazara cresce, d’altronde il precedente del 2020 non può incoraggiare: alcune fonti di attivisti hazara affermano, infatti, che nell’occasione dei negoziati di pace di Doha del 2020, falliti per una serie di motivi, il presidente afghano Ghani, pashtun, abbia trattato il “cessate il fuoco” con i talebani con una singolare condizione: gli studenti coranici potevano continuare ad utilizzare la violenza come mezzo politico sui cittadini hazara.

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