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02/12/2021

Perché tanta rabbia sul tema del catcalling?

I nostri articoli precedenti (sia il primo, sia il secondo) sul tema “catcalling (letteralmente “chiamata del gatto”) – ossia le cosiddette “molestie su strada”, che possono assumere le forme di fischi, colpi di clacson e commenti sessuali di vario genere – hanno fatto letteralmente defibrillare alcuni amministratori e utenti della rete.

Oltre alle critiche severe e agli insulti, principalmente da parte di donne, ci sono state, infatti, vere e proprie censure, alle quali ci sentiamo in dovere di rispondere punto per punto. E siamo grati a tutte le persone che ci hanno dato un riscontro sul tema, in quanto ci hanno dato la possibilità di avere altri punti di vista sulla questione.

Si sa, quando si affrontano temi caldi, controversi, e che hanno un impatto emotivo, magari perché rievocano situazioni, sensazioni ed emozioni spiacevoli, si corre sempre il rischio di essere fraintesi e attaccati, soprattutto nel momento in cui si dà un’interpretazione diversa rispetto a quella comunemente accettata e sostenuta dai mezzi di comunicazione di massa. E così si finisce per guardare il dito e non la luna.

L’ipotesi sostenuta negli articoli precedenti è che un commento sessuale assume la veste di molestia solo a seconda del contesto all’interno del quale è inserito. E che di solito è proprio l’ignoranza delle regole scritte e non scritte del corteggiamento che porta certi soggetti a compiere atti percepiti come molestie verbali, perché intimidatori e offensivi.

Lo spunto per questo nuovo articolo sono state le dichiarazioni di Diana Del Bufalo a Luglio di quest’anno, aspramente criticata per averedichiarato in un video di gradire commenti sessuali da parte di sconosciuti.

In quei giorni mi era capitato di assistere ad una scena esemplare che ha confermato esattamente quanto ipotizzato negli articoli precedenti.

Un uomo sui 50 anni in motocicletta con una donna dietro di lui lancia un fischio ad una ragazza che corre sul lungomare. La ragazza si gira, e subito dopo il fischio l’uomo dice col sorriso sulle labbra: “Bella signorina, se vuole glielo do io un passaggio!”. La donna dietro di lui si mette a ridere, e così anche la ragazza alla quale era stato rivolto il commento scherzoso.

Per quale ragione un gesto del genere ha provocato una risata e non è stato percepito da nessuno come molestia?

Era chiaro che l’uomo non voleva ottenere niente con quel commento, perché era in compagnia di un’altra donna ed era evidente che stava scherzando e non stava seriamente chiedendo alla ragazza che faceva attività fisica se voleva un passaggio.

Cosa sarebbe successo, invece, se quest’uomo fosse stato da solo e avesse fatto la stessa domanda?

Alcune donne hanno commentato gli articoli precedenti muovendo accuse di maschilismo, di ignoranza, di non comprendere la sofferenza provocata dalle molestie su strada, e che certi gesti e atti sono deplorevoli a prescindere dal contesto e dalle modalità. Gli uomini, invece, sostenevano che bisogna pure dire qualcosa ad una persona, se la si vuole conoscere – altrimenti come si dovrebbe fare?

È un dato di fatto che la stessa frase detta ad una donna in strada da parte di un uomo solitario o in un gruppo di soli uomini verrà percepita in maniera completamente differente rispetto ad un altro caso in cui a fare lo stesso commento è un uomo con movenze omosessuali che ha a braccetto due donne.

Comprendiamo perfettamente le ragioni della rabbia quando si affronta questo tema, e soprattutto quando lo si affronta da punti di vista poco battuti, come quello simbolico, culturale, antropologico e linguistico.

Molte persone hanno sofferto profondamente per via di atti e commenti su strada da parte di soggetti disadattati incapaci di trasmettere sicurezza e suscitare interesse al momento dell’approccio.

E i mezzi di comunicazione di massa hanno estremizzato la questione praticamente condannando qualsiasi tentativo di approccio fatto attraverso commenti sull’estetica della persona approcciata.

Per questa ragione sembra socialmente accettabile utilizzare una qualsiasi scusa per approcciare una persona; ma è giudicato deplorevole dire ciò che si pensa realmente. Se si vuole giocare, insomma, pare sia lecito farlo solo se si è disposti a non scoprire subito le carte.

Una conquista può essere concepita come tale solo nel momento in cui si investono tempo ed energie per ottenerla. E si sa che a volte, senza gioco e quando tutto è troppo facile, è facile perdere l’interesse.

Immaginate di lavorare per diversi anni, fino a quando finalmente riuscite a comprare l’auto dei vostri sogni. Per ironia della sorte, qualche giorno dopo vincete un premio e vi viene regalata la stessa identica auto. Avendone due decidete di venderne una.

Quale credete che vendereste?

La maggior parte delle persone probabilmente sceglierebbe di vendere proprio quella che è stata ottenuta senza fatica, nonostante siano identiche.

Perché?

Perché è proprio l’investimento di tempo ed energie che porta a legarsi emozionalmente alle cose, così come alle persone.

Se parliamo della donna, poi, esistono ulteriori complicazioni a livello sociale. Nonostante le apparenze, infatti, la donna non ha ancora raggiunto la stessa libertà sessuale dell’uomo.

Non è un caso che cedere alle avance di qualcuno di fronte a testimoni significhi per una donna rischiare di essere considerata facile – per non usare un altro termine; né è un caso che una donna non si senta libera di parlare delle proprie esperienze sessuali per timore del giudizio altrui.

Non è quindi forse possibile che, quando alcune persone sostengono di non volere essere approcciate affatto, in realtà ciò che intendono è che vorrebbero essere approcciate nel modo giusto dalle persone giuste?

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