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16/10/2021

Libertari di destra: l’anarchismo senza ossimori

Un individuo è effettivamente libero
solo se spetta a lui decidere
se e quando limitare la propria libertà
per fini a lui propri.

(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, 1884)

Un’idea è realmente mia
solo quando
non diffido dal metterla,
ad ogni istante,
in completa discussione,
quando non temo che la sua perdita
sia una perdita per me, una perdita di me.
L’idea da cui non ci si riesce a liberare,
il pensiero che possiede l’individuo
è un ingranaggio mentale
– l’imperativo morale
che dice come bisogna agire.
È l’idea che controlla la volontà,
la conoscenza che usa l’individuo
anziché esserne usata ”

(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, 1884)

2.1 Né di destra né di sinistra

Non c’è, e non può esserci, un Credo o un Catechismo libertario. Ciò che invece esiste e forma quella che possiamo definire come dottrina libertaria è un insieme di principi generali, di concezioni fondamentali e di applicazioni pratiche attorno alle quali si stabilisce un consenso fra individui che pensano in qualità di nemici dell’autorità e che combattono, isolatamente o collettivamente, contro tutte le discipline e le costrizioni politiche, economiche, intellettuali e morali che ne discendono.

Possono perciò esistere, in realtà, varie specie di libertari o di anarchici, ma tutti hanno in comune un aspetto che li distingue dalle altre specie umane. Il punto in comune è la negazione del principio di autorità nell’organizzazione sociale e l’avversione verso tutte le costrizioni che discendono dalle istituzioni fondate su tale principio. Così, chiunque neghi l’autorità e lotti contro di essa è un anarchico (Préposiet, 2006).

Che esistano degli anarchici collocati a destra, è di solito una possibilità non riconosciuta. Difatti, i militanti libertari sostengono che l’espressione “anarchico di destra” costituisce una contraddizione in termini, perché l’anarchismo sarebbe per definizione di sinistra (Berti, 1996) e, allo stesso modo, non capita mai di trovare qualcuno che si presenti a destra come anarchico.

Eppure, per quanto in apparenza possa sembrare un’inconciliabile incoerenza, è lecito poter sostenere che l’anarchismo di destra sia una delle espressioni più vitali e attuali di questa forma di pensiero e persino una delle più coerenti alla matrice filosofica originale, discendendo direttamente dall’anarchismo individualista di Max Stirner (1806 – 1856), a sua volta erede di numerose tradizioni filosofiche occidentali.

In termini più attuali, gli anarchici di destra si richiamano al concetto di “Anarca” presente in diversi filosofi, principalmente in Ernst Jünger (1895 – 1998) e in Julius Evola (1898 – 1974) .

In foto, il filosofo italiano Julius Evola (1898 – 1974).

Le radici dell’anarchismo di destra possono essere trovate, insomma, anche in pensatori considerati di solito distanti dal pensiero anarchico ma promotori di una sovranità assoluta dell’individuo, del rifiuto del potere, della mancanza di sottomissione alle leggi della società, della ricerca di una legge naturale o cosmica, della volontà di una forma di padronanza eroica di se stessi e, infine, della ricerca della libertà come fine ultimo di ogni azione, così come dell’assenza di spirito di appartenenza a una bandiera o ideologia.

Pur considerando l’anarchia come l’elemento primario dell’esistenza – al punto che in un romanzo di Jünger (Eumeswill) essa diviene addirittura il vero movente della storia del mondo – il libertario di destra distingue l’anarca dall’anarchico.

L’anarchico, infatti, vivendo nell’ossessione di una costante opposizione al potere, ne rimane prigioniero, e si destina quindi a una esistenza non realmente libera. L’anarca, al contrario, tramite una forma di indifferenza, non lontana dall’atarassia stoica, prende le distanze dalla società e dal tempo storico, per aprirsi a una dimensione libera dell’esistenza all’interno di un ciclo cosmico che lo sovrasta.

In questo senso, la figura dell’anarca riprende, all’interno della tradizione anarco-individualista, modelli classici, sviluppati anche dalla tradizione romantica e da Nietzsche, in cui l’individuo si configura come punto di equilibrio tra la dimensione libera della volontà e la necessità della natura o del destino.

In buona sostanza, l’anarchico di destra palesa e aderisce ad una visione aristocratica dell’esistere, all’interno della quale il costrutto di uguaglianza assume i connotati di parità: tutti siamo uguali, ma non tutti sono dei pari. L’uguaglianza diviene possibile solamente tra “liberi”, cioè tra individui capaci di vivere secondo virtù (dal latino virtus; in greco ἀρετή, aretè), ossia capaci di vivere secondo una scelta esistenziale etica o per dirla con le medesime parole di Julius Evola (Gli Uomini e Le Rovine, 1953): “Ognuno ha la libertà che gli spetta, misurata dalla statura e dalla dignità della sua persona.“

In foto, il filosofo tedesco Ernst Jünger (1895 – 1998).

2.2 Vivere secondo virtù e secondo etica: le radici filosofiche

Virtù è un costrutto sociale relativo alla cultura di riferimento, che incarna la disposizione d’animo volta al bene, la capacità di una persona di eccellere in qualcosa, di compiere un certo atto in maniera ottimale, di essere virtuoso come “modo perfetto d’essere”.

Il significato di virtù ha risentito di quello di bene, un concetto che assume significati diversi a seconda delle modifiche intervenute nel corso delle varie situazioni storiche e sociali. Concezione questa non condivisa dalle dottrine che ne negano il relativismo connesso e che intendono la virtù come l’assunzione di valori, intesi come assoluti, immutabili nel tempo.

La parola latina virtus, che significa letteralmente “virilità”, dal latino vir “uomo” (nel senso specifico di “maschio” e contrapposto alla donna) si riferisce ad esempio alla forza fisica e a valori guerreschi maschili, come ad esempio il coraggio.

Nella lingua italiana la virtù è invece la qualità di eccellenza morale sia per l’uomo sia per la donna e il termine è riferito comunemente anche a un qualche aspetto psicologico considerato positivo. Nella visione della vita secondo la filosofia antica greca, la concezione dell’aretè non era connessa all’azione per il conseguimento del bene, bensì indicava semplicemente una forza d’animo, un vigore morale e anche fisico.

Essa coincide con la realizzazione dell’essenza innata della persona, sia sul piano dell’aspetto fisico, il lavoro, il comportamento e gli interessi intellettuali. La saggezza, ossia la capacità di operare con prudenza, è al centro della morale epicurea e stoica ma, mentre per gli epicurei la virtù si consegue attraverso un calcolo razionale dei piaceri stabilendo quali di essi siano veramente necessari e naturali, per gli stoici invece il comportamento virtuoso, risultato del conseguimento dell’ “apatia“, cioè della liberazione ascetica dalle passioni, è di per sé portatore di felicità.

Per coloro che non riescono a condurre la loro vita secondo saggezza lo stoicismo indicherà delle regole di condotta che insegneranno a operare secondo ciò che è più “conveniente” od opportuno tenendosi sempre lontano dagli eccessi delle passioni.

Ad ogni modo, è sicuramente il Cinismo filosofico a costituire la Tradizione antica che maggiormente ha influito sull’anarchismo di destra. L’interesse della scuola fu prevalentemente etico, e il concetto di “virtù” assunse un nuovo significato in una vita vissuta secondo natura; l’ideale era l’autosufficienza e l’autosufficienza del saggio, condotta fino all’assoluta indipendenza dal mondo esterno, viene descritta con il termine greco autàrkeia, ovvero autarchia, la capacità di detenere il totale controllo su se stesso).

Diogene di Sinope (412 a.C. – 323 a.C.), uno dei fondatori della scuola cinica, in un dipinto del pittore britannico John William Waterhouse (1849 – 1917), Diogenes (1882). Gli storici dell’epoca raccontano che Diogene viveva in una piccola botte aperta che apparteneva al tempio di Cibele esponendosi in prima fila alle vicissitudini del tempo. Il cinismo intende tornare all’essenziale ed esaltare l’autarchia.

La tesi fondamentale di questa corrente di pensiero è la ricerca della felicità come unico fine dell’uomo; una felicità che è una virtù, e al di fuori di essa sussiste un disprezzo per ogni cosa che richiama comodità e agi materiali effimeri.

I cinici erano famosi per la loro eccentricità e disobbedienza alle regole sociali impostegli. Per rendere immediatamente evidente cosa l’anarchismo di destra intenda per l’etica , più che un breve richiamo alla storia delle idee che hanno influenzato i libertari di destra, è certamente più utile analizzare l’etimologia della parola. Nel suo Dizionario Etimologico (2018) rispetto alla radice della parola etica Franco Rendich, professore emerito dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, scrive:

“In sanscrito svadhā significa “ciò che è riposto [dhā] in sé [sva]”, e indica i costumi e le regole morali, atemporali e immutabili, riposti nell’anima dei Padri defunti, regole e costumi universali che andavano rispettati, seguiti e tramandati. La loro trasmissione da padre in figlio insegnava a vivere secondo la luce spirituale della legge divina, al fine di meritare la vita eterna.

Svadhā era la Tradizione custodita dai Padri, ispirata al Bene, al Buono, al Bello, i valori dello Spirito Assoluto ai quali i figli erano tenuti ad aderire. Fu quindi per esprimere il sentimento di obbedienza alle norme di vita dei loro antenati, e per conformarsi ai principi e ai valori delle loro antiche tradizioni, che gli indoeuropei crearono questo termine da cui venne il greco éthos, secondo la seguente corrispondenza:s = si affievolisce e scomparev = ϝ (cade)a = edh = thā = os. Da éthos “costume”, venne poi ēthikós “che riguarda i costumi”, “etico”.

In origine, “che segue i costumi dei Padri”.Nei riti vedici svadhā, esclamato ad alta voce dal sacerdote, divenne la “benedizione” rivolta ai Padri defunti, il cui senso voleva essere: “siate benedetti per avere posto [dhā] in ognuno di noi [sva] il rigore dei vostri costumi e dei doveri da compiere”.

Diogene di Sinope, detto il Cinico, in un dipinto del pittore tedesco Johann Heinrich Wilhelm Tischbein (1751 – 1920), Diogene cerca l’uomo (1780). In un aneddoto raccontatoci dallo storico greco Diogene Laerzio (180 d.C. – 240 d.C.) in Le vite dei filosofi (III Secolo d.C.), una volta uscì con una lanterna di giorno, e, alla domanda su che cosa stesse facendo, rispose: “cerco l’uomo!”. Secondo i filosofi italiani Giovanni Reale (1931 – 2014) e Dario Antiseri (Storia della filosofia dalle origini a oggi) “egli cercava qualcuno che avesse le qualità che ci si aspetterebbe di trovare nell’uomo naturale, l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura. L’uomo che, al di là di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e al di là dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice”.

Conclusioni: oltre la destra e la sinistra

Nel 1996, lessi un articolo molto interessante di Nico Berti, che è stato docente di Storia presso l’Università di Padova, da cui ho ripreso il titolo di questo mio paragrafo. Egli, già anni fa, sosteneva la necessità di costruire un nuovo immaginario politico, lasciandoci dietro le spalle le oramai superate contrapposizioni ideologiche.

Occorre, scriveva, cambiare criterio per interrogarsi su destra e sinistra perché il potere è veramente universale. In altri termini, la discussione deve passare da un’analisi spazio-orizzontale ad un’analisi spazio-verticale. Se rimane spazio-orizzontale (destra e sinistra) non supera il criterio immanente che unisce comunque le due parti, cioè il potere, visto che destra e sinistra non sono altro che rappresentazioni diverse di uno stesso principio.

Spostando invece l’analisi in senso verticale (alto e basso, base e vertice) si uniscono immediatamente i due valori che prima stavano divisi, il valore della libertà e il valore dell’uguaglianza. In altri termini, mantenendo la prospettiva spazio-verticale si vede subito che la disuguaglianza e l’assenza di libertà sono la stessa cosa. E la discussione su destra e sinistra non può essere, per l’anarchismo, una discussione solamente ideologica. Infatti, una volta constatato che l’anarchismo è contro il potere, e che dunque esso è veramente universale, si deve pur sempre affrontare un’altra questione. Perché l’anarchismo dovrebbe essere oltre questo schema? Per far ciò bisogna passare da una discussione ideologica ad una discussione politica, precisamente nel senso della metapolitica.

Per pensare un anarchismo oltre il paradigma destra-sinistra occorre infatti concepire l’anarchismo svincolato dalla storia del movimento operaio e socialista e, più in generale, dalla storia del sovversivismo e del rivoluzionarismo.

Possiamo dunque concludere affermando che, da un punto di vista strettamente teorico, l’anarchismo è oltre la destra e la sinistra. L’ennesima conferma, come si vede, che vuole l’anarchismo essere nella storia, ma contro la storia.


Bibliografia
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– Berti, G., N., Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento, Lacaita, 1998.
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– Céline, L.,F., Viaggio al termine della notte,Corbaccio, Milano, 2006.
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– Evola, J., Gli uomini e le rovine, Edizioni Mediterranee, Roma, 2001.
– Evola, J., Fenomenologia dell’Individuo assoluto, Edizioni Mediterranee, Roma, 1985.
– Evola, Julius, Cavalcare la tigre, Edizioni Mediterranee, Roma, 2012.
– Goffman, E., La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna, 1969.
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– Kelly, G. , A Theory of Personality, The Psychology of Personal Constructs, Norton, New York, 1963.
– Rendich, F., Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee. Dizionario indoeuropeo (sanscrito-greco-latino, L’Indoeuropea, Venezia, 2018.
– Rendich, F, L’ origine delle lingue indoeuropee. Struttura e genesi della lingua madre del sanscrito, del greco e del latino L’Indoeuropea, Venezia, 2018.
Stirner, M. ,L’Unico e la sua proprietà, Adelphi, Milano, 1979.
– Jünger, E., Il trattato del ribelle, Adelphi, Milano, 1990.
– Jünger, E., Eumeswil, Guanda, Parma, 2001.
– Jünger, E., L’operaio, Guanda, Parma, 2020.
– Nietzsche F., Al di là del bene e del male,Adelphi, Milano, 1982.
– Préposiet, J., Storia dell’anarchismo, Dedalo, Bari 2006.
– Sorel, G., E., Scritti sul socialismo, Pellicanolibri,Catania, 1978;

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