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02/12/2021

Le leggi dell’ospitalità e le radici del razzismo

Venticinque secoli fa, già Omero (o chiunque sia stato per lui) aveva scritto  con l’Odissea il primo saggio sulle leggi dell’ospitalità, mettendo in  luce come l’integrazione dello straniero potesse apparire problematicaed ambigua. Ulisse, vagando per il Mediterraneo, conta sulla sacralità  del suo ruolo di ospite, salvo poi – utilizzando l’immagine vichiana –  “appiccare i Proci, come tordi, alla rete”, appena tornato in patria.  Tale scena finale dell’Odissea è diventata croce e delizia dei filologi  perché per alcuni la filosofia dell’ultimo canto è estranea alla filosofia del resto del poema che nel finale, appunto, perde di unità.  Per altri, invece, lo spirito dell’Odissea non è spezzato dall’apparente  anomalia in quanto costituito dal fondersi, per miracolo poetico, della  tradizione orale e popolare del mondo contadino e della tradizione  curtense dei principi guerrieri (H. Levy, 1963).

Nella tradizione mitologica le opposte versioni rappresentano la norma. Così, Penelope,  casta sposa per Omero, si prostituisce, secondo Erodoto, e genera Pan  l’eterno, mezzo uomo e mezza bestia. Giambattista Vico, che tentò di  mettere ordine nelle contraddizioni della mitologia, suggerisce uno strumento interpretativo utile anche extra moenia. La versione di Erodoto, quella di Penelope adultera e prostituta, attribuirebbe natura plebea ai Proci, dove il frutto di un connubio innaturale, “per  discordante origine”, produrrebbe appunto il mostro. Ma poi, con una  usuale inversione formale, Pan, l’uomo bestia, che rappresenta una  degradazione dell’umano nella sua natura animale, si allontana,  nell’altro senso, per la natura divina dell’immortalità. E proprio  questa inversione formale, oltre che spia, è anche strumento per  pervenire al senso.

Lappello ad Arnold Van Gennep, considerato da  molti ancora il maggiore studioso dei riti iniziatici, può essere chiarificatore. Nella sua classificazione dei riti egli fa riferimento al rite d’integration: rito che segna il passaggio da un vecchio status che viene abbandonato a un nuovo status che viene  acquisito, dimostrando come l’integrazione è possibile perché la socializzazione anticipata sarebbe già essa stessa “rito di passaggio”.  Ma – almeno nell’antichità – c’erano più cose in cielo e in terra che non nella mente dei filosofi; e, per dare ordine al caos del mondo, il  mito costituiva uno splendido strumento. Proviamo a prendere la versione omerica della casta sposa.  Ulisse – sacro quando era il suo turno di ospite, e sterminatore  quando, a ruoli invertiti, diventa ospitante – potrebbe rappresentare,  seguendo la suggestione vichiana, prima il momento dell’ospitalità  aristocratica delle corti e successivamente quello dell’ospitalità  plebea del mondo rurale dove da sempre l’ospite, come il pesce, puzza al  terzo giorno.

Era proprio della tradizione curtense –  dall’antichità greca fino all’evo antico e via via sino a tempi recenti –  che, quando gli aristocratici si incontravano, trovavano necessario provare la “virtù” e il valore della nuova conoscenza con un duello, o  con altre prove di valentia, che dimostravano la comune matrice  aristocratica e, quindi, la parità. All’inferiore, invece al plebeo, al  povero, non era richiesta alcuna prova, proprio perché era “altro”, era  già inferiore. L’ospitalità aristocratica diveniva poi obbligatoria, ma  ancora senza prove, nei confronti del mendicante che veniva  immediatamente assunto al rango di rappresentante della divinità, perché  protetto dal cielo e perché fuori dalla stratificazione in quanto  estraneo alla produzione.

Tra gli aristocratici, insomma,  l’ospitalità costituiva un “onore”, mentre tra i plebei costituiva un  “pericolo”. Pericolo da parte del “superiore” perché il povero, “indegno  di ospitare il signore – appunto: Domine non sumus dignus – doveva  accettarne in ogni caso la presenza essendo un diritto  dell’aristocratico: diritto di “riprendersi” ciò che gli apparteneva  (“il re non fa corna”). Ma pericolosa per il plebeo era anche  l’ospitalità che un suo pari poteva chiedergli: pericolo reale di  impoverimento (ulteriore) per un soggiorno che poteva eccessivamente  prolungarsi, ma anche pericolo simbolico per l’invidia dello straniero  che poteva colpire con il suo “malocchio”. 

Dalle leggi  dell’ospitalità emerge così, nell’ambiguità apparente, un doppio modello che, sebbene sia comunque una generalizzazione, possiamo riportare alla  dicotomia tra modelli della cultura egemone e quelli della cultura  subalterna. Nell’apparenza, la cultura egemone è assai più “liberale”  verso lo straniero, di quanto non lo sia la cultura subalterna, che teme  l’ospitalità e cerca di difendersene (in termini reali e in termini  simbolici). 

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