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16/10/2021

L’amicizia, un sentimento minacciato dal Covid-19 e dalle sue varianti

Il 30 luglio 2021, per il decimo anno di fila, è stata celebrata la Giornata Mondiale dell’Amicizia.

Tutto ha inizio il 30 luglio 2011 grazie a un’iniziativa delle Nazioni Unite, volta a promuovere uno spirito solidale e filantropico tra i giovani, nuovi protagonisti attivi della comunità del XXI secolo.

Nell’antica Grecia esistevano diversi modi per descrivere le varie forme d’amore. Su questo tema sono state scritte intere monografie e non è nostra intenzione entrare dettagliatamente nel merito della questione.

Tra queste vogliamo ricordare brevemente e in maniera molto semplificata: storge, l’amore naturale incondizionato nei confronti della famiglia; xenia, il sentimento di benevolenza nei confronti dello straniero; philautia, l’amore per sé stessi; ludus, l’amore giocoso e provocante (vicino al concetto inglese di “flirt“; e probabilmente non a caso gli inglesi descrivono il “saperci fare”, il “saper sedurre”, con l’espressione “to have game“, ndr); pragma, l’amore fedele verso il compagno o la compagna.

Esistono poi altre forme di amore, quelle tendenzialmente più note al grande pubblico: Eros, Agape, Philia.

L’Eros (gr. ἔρως), ampiamente descritto da Platone nel “Simposio”, è il sentimento carnale che si fonda sul desiderio e sul bisogno, sulla bramosia di dare e avere, che induce a voler avere potere sull’altro e a possederlo, sentimento a metà tra il mondo imperfetto degli uomini e quello perfetto degli Dei.

L’Agape (gr. ἀγάπη), termine di origine Greco-Cristiana, è l’amore spirituale che mette l’uomo in comunicazione con Dio, aiutandolo a comprendere che è Dio ad avere potere sull’uomo e a possederlo, e non viceversa. Tra i molteplici significati del verbo agapao (gr. ἀγαπἀω) troviamo: “avere caro”, “accogliere con affetto”, “essere contento” o ancora “preferire”. Il suo corrispettivo latino più vicino è caritas – probabilmente a sua volta derivato da charis, (gr. χάρις), “dono” – un sentimento d’amore spirituale e di benevolenza verso il prossimo, una virtù, una grazia concessa da Dio.

Stando a quanto riportato sul vocabolario Treccani, Tertulliano (155 – 230 circa), scrittore e filosofo cristiano di Roma utilizza il termine caritas per fare riferimento a quel momento in cui una persona benestante invitava in casa sua persone meno abbienti, e specialmente le vedove della comunità, assieme a un vescovo o un diacono che regolava il buon andamento della visita secondo norme precise. Gli storici tendono a far risalire questo termine agli inizi del Cristianesimo, in particolare alla fractio panis, ossia all’atto di divisione del pane tra gli apostoli di Gesù Cristo.

Infine, la Philia (gr. ϕιλία) è il sentimento speciale nei confronti di un amico e di un familiare, che esprime un affiatamento o una comunità di intenti – nell’Etica Nicomachea Aristotele lo descrive come un atteggiamento affettuoso, virtuoso, spassionato e disinteressato di lealtà e riguardo nei confronti di persone simili, basato sull’uguaglianza e alla base dei rapporti di fratellanza.

Non è un caso, infatti, che da quest’ultima parola derivi il termine filantropia, un sentimento di benevolenza nei confronti dell’umanità.

Anche i latini concepivano l’amicizia come una forma d’amore. E questa concezione ha un riflesso anche nella composizione della parola latina “amicitia“, contenente la radice “am” del verbo amare.

Interessante è la definizione dell’amicizia di George Gordon Noel Byron (1788 – 1824), poeta e politico britannico, che in The Deformed Transformed (Il deforme trasformato, 1822) la descrive come “l’amore senza ali”.

Un’aforisma comunemente attribuito (da verificare se a torto o a ragione, ndr) a Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1842), scrittore, poeta e drammaturgo tedesco dice:

“Tu non lo sai ma c’è qualcuno che appena apre gli occhi la mattina ti ha già nei suoi pensieri e rimani lì fino a sera fin quando i suoi occhi non si richiudono”

L’amicizia sembra essere camaleontica. Si tratta, infatti, di un sentimento che non si presenta in una sola forma, ma in molteplici, perché riveliamo diverse parti di noi a seconda della persona con la quale ci relazioniamo.

Può esserci l’amico da cui ti senti rassicurato, quasi come fosse un fratello, ma anche quello con cui sei consapevole di mantenere una solida amicizia nonostante non vi sentiate spesso. O magari quell’amica che vede in te una persona con cui confrontarsi con serenità o da cui trarre esempio.

Non esiste una formula unica per vivere e concepire l’amicizia, in quanto è l’esperienza maturata nel tempo a determinare il modo in cui essa viene concepita – e non è mai lo stesso rapporto quando ci si relaziona a soggetti differenti.

Molto romantico è il ritratto dell’amicizia tra Hans e Konradin dato da Fred Uhlman (1901 – 1985) ne “L’amico ritrovato” (1971).

Entrambi sedicenni, Hans è figlio di un medico ebreo, è taciturno sia a casa sia con gli amici, ma che sa di valere, per quanto non lo voglia dare a vedere; Konradin, invece, appartiene a una famiglia aristocratica nazista. Nonostante i due provengano da ceti sociali diametralmente opposti, essi riescono a instaurare un rapporto speciale, felici di avere qualcuno con cui condividere idee e che sia in grado di capire l’altro anche con poche parole. 

In un passo del romanzo leggiamo:

«Nella mia classe non c’era nessuno che potesse rispondere all’idea romantica che avevo dell’amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato la vita. I miei compagni mi sembravano tutti, chi più chi meno, piuttosto goffi, degli svevi sani, insignificanti, privi di immaginazione. […] Come attirare la sua attenzione, come fargli capire che io ero diverso da quella folla opaca, come convincerlo che io e solo io avrei dovuto diventare suo amico, erano tutti quesiti di cui non conoscevo la risposta. L’unica cosa che avvertivo istintivamente era che avrei dovuto trovare il modo di farmi notare». 

In risposta ad alcune domande Giada Padovani, autrice di “Isens, Il Regno di Ghiaccio” ed “Echi di niente”, scrive:

«L’amicizia è libertà di essere se stessi al fianco di un’altra persona, senza preoccuparsi di un suo giudizio e, allo stesso modo, è non avere nessun pregiudizio nei confronti di chi ci sta accanto. È un dare e avere molto simile all’amore, ma che, per fortuna, non implica alcun rapporto amoroso poiché in amicizia c’è solo affetto. L’amicizia si fonda sul rispetto. Senza rispetto non si va da nessuna parte, per cui prima di ogni cosa è importante intavolare una conversazione che aiuti a comprendersi l’un l’altro». 

Sulla stessa scia, Daniela Abbatiello, autrice di “Perfetto per me”, “Ovunque”, “Sottosopra” e co-autrice di “Penne in quarantena”, scrive:

«L’amicizia è uno dei polmoni della vita: insieme all’amore, ci permette di respirare tutte quelle piccole cose che ci rendono umani. Alla base dell’amicizia vi è l’imperfezione. Adoro essere imperfetta e circondarmi di persone imperfette che mi rendono felice. Tuttavia, l’elemento fondamentale, come ogni rapporto al mondo, per me resta sempre il rispetto reciproco.» 

Anche Cristiano Zanolli, imprenditore e scrittore, ha espresso un parere in merito:

«Per me i principi fondamentali dell’amicizia sono l’amore e la sincerità, elemento molto importante che può anche venire a mancare a causa di incomprensioni, mezze verità, tradimenti. Ma grazie all’amore, che è qualcosa di imprescindibile, tutto si perdona». 

Sul tema dell’amicizia tra uomo e donna, poi, argomenta ancora Daniela Abbatiello:

’Amico’ non è un genere, e non ha genere. Laddove nessuno dei due è interessato all’altra parte, come sottolinea acutamente Giada, tra uomo e donna può nascere una meravigliosa amicizia all’insegna della complicità, di risate sincere e di gesti semplici e piacevoli, che riscaldano il cuore.

E, continua Cristiano Zanolli:

difficilmente succede che l’uno o l’altro non cada in un innamoramento, nonché in qualcosa di più intimo. È molto sottile, dunque, passare da una cosa a un’altra“.

La pandemia di Covid-19 iniziata nel Marzo 2020, con tutte le sue varianti, ha avuto un impatto fondamentale sul modo di vivere i rapporti umani nella quotidianità.

Questo virus, una minaccia invisibile con cui la popolazione mondiale si è trovata costretta a convivere, ha avuto un effetto determinante sulle vite di tutti, bambini, giovani e anziani, senza alcuna distinzione.

Tutto ciò in cui si è sempre creduto è stato messo in discussione, perché il nemico invisibile può essere ovunque ed esercitare la propria libertà può significare rischiare di mettere in pericolo noi e le persone che ci sono fisicamente vicine.

Per lungo tempo coppie di amici, fidanzati, sposi – e chi più ne ha più ne metta – hanno vissuto separate, spesso bloccati in città distanti tra loro e costretti ad indossare maschere.

Di fatto, esiste ancora la possibilità di tornare alla normalità e vivere liberi e sereni: semplicemente bisogna farlo rispettando le norme etiche, adottando tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza nostra e delle persone con le quali ci relazioniamo.

Si tratta di un piccolo grande contributo verso la comunità di cui facciamo parte, per evitare sofferenza, morte e solitudine. Ognuno ha il dovere civile di proteggere sé stesso e gli altri e la strada per uscirne è stata già descritta da molti.

Come ci insegna Rene Descartes (1596 – 1650) nel “Discorso sul Metodo” (1637), il bene più importante è la salute, perché è solo grazie ad essa che è possibile godere di tutti gli altri beni e vivere una vita felice.

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