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16/10/2021

La partecipazione democratica digitale: democrazia rappresentativa

I maggiori sistemi parlamentari sono rappresentati dalla competizione tra partiti politici e candidati, ambiti ove il voto costituisce condizione necessaria per la piena realizzazione di una partecipazione democratica rappresentativa.

Pensando al fenomeno della digitalizzazione nell’ambito della partecipazione democratica rappresentativa, occorre, pertanto, far riferimento all’impiego delle ICT (Information and Communications Technology, ossia Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) non solo nella fase della consultazione politica, per l’esercizio del suffragio, ma anche all’uso della tecnologia, quale strumento finalizzato ad una dialettica, alla pari, tra cittadino e candidato politico.

Nella prima ipotesi, si richiama quell’istituto che negli ultimi anni, prova ad affermarsi sulla scena politica, ossia, il cosiddetto voto elettronico, su cui avremo modo di dedicarci nei prossimi articoli. D’altronde, trattasi di un tema, ancora, assai dibattuto per le molteplici criticità sul piano della sicurezza e segretezza.

Nel secondo caso, che ci avviamo ad analizzare, si fa riferimento alle tecnologie della comunicazione e dell’informazione adoperate nelle consultazioni non vincolanti.

Quali sono le consultazioni politiche non vincolanti che fanno uso, per la particolare agevolezza, della tecnologia?

Basti pensare ai casi in cui i cittadini sono chiamati ad esprimere una loro opinione sull’operato di un partito, o a definire l’agenda politica di un movimento, o a rilasciare feedback di gradimento sull’operato dei propri rappresentanti, attraverso le varie piattaforme digitali.

Gianmarco Gometz, (autore del testo “Democrazia elettronica: teoria e tecniche“) protagonista indiscusso del tema della nostra rubrica, con particolare analiticità ha provato a descrivere queste forme di partecipazione rappresentativa digitale, individuando, così, quali tecnologie possono essere adoperate fuori dalle consultazioni politiche vincolanti.

Nel farlo, non si è soffermato, solamente, alla descrizione della tipologia degli strumenti. È andato ben oltre. Infatti, ha provato a cogliere le criticità della procedura digitale finora adottata, criticità che investono il tema della sicurezza.

Si reputa opportuno ricordare come Internet è stato teatro di una democrazia partecipata nelle consultazioni online non vincolanti che hanno ridisegnato la Costituzione dell’Islanda (2012). Probabilmente, la riuscita di quell’esperimento fu determinata dalla scarsa partecipazione dei cittadini, ma anche in quel caso emerse uno di quei problemi che grava la piena realizzazione della democrazia elettronica, per l’assenza di una normativa e procedura, ovverosia, il problema legato ai possibili abusi attraverso la realizzazione di account falsi.

Se volessimo pensare ad una soluzione mediante i sistemi di identità digitali, dall’altro lato, come lo stesso Gianmarco Gometz rileva, si presenterebbe una criticità di difficile soluzione, nello specifico: il rischio della scarsa partecipazione della collettività alle consultazioni via web.

L’uso della tecnologia per l’esercizio del potere politico non è da solo in grado di risolvere il problema legato all’astensionismo. Si realizzerebbero in ogni caso decisioni adottate da una minoranza con efficacia erga omnes (nei confronti di tutti).

In effetti, politicamente, si può parlare di campione rappresentativo, quando questo è costituito da un’elevata percentuale di popolazione, ma è normativamente rappresentativo, se i membri sono eletti con procedure democratiche, in cui ciascuna testa vale un voto.

Ad oggi, l’accesso dell’esercizio del potere politico via web non è stato in grado di garantire un modello democratico. In assenza di precise regole procedimentali, si è visto, solamente, affermare l’interesse di un gruppo ristretto, che ha sfruttato il disinteresse generale e il digital divide.

Quali sono le conseguenze di un siffatto sistema?

Veder sorgere quella che potrebbe definirsi la “dittatura della minoranza”.

Negli ultimi anni è divenuta, sempre più crescente, la sensazione per cui fare parte di un gruppo, che rappresenti la maggioranza in qualcosa, costituisca un problema per l’altra fetta del popolo.

L’illusione, che il fallimento dei diritti sociali dipendesse dalla maggioranza, ha generato una vera e propria manipolazione di quest’ultima, al punto tale, da renderla sempre più flessibile alle richieste di quella minoranza più intollerante, che nel frattempo ha costruito il proprio consenso, facendo leva sull’esaltazione di questioni illogiche costruite ad hoc (a questo scopo).

Il logo della “piattaforma Rousseau” del Movimento Cinque Stelle.

In merito all’uso delle ICT nelle consultazioni non vincolanti, interne al partito, possiamo menzionare l’esperienza made in Italy del Movimento Cinque Stelle con la piattaforma “Rousseau”.

Si può ben comprendere, come le maggiori problematiche di queste piattaforme siano strettamente connesse al tema della sicurezza. Basti pensare ad alcune criticità, ad esempio: verificabilità dei risultati, sicurezza informatica degli utenti, possibile uso occulto di tali dati. I pericoli sono evidenti. Un sistema siffatto potrebbe spacciare sotto la veste di una scelta democratica, decisioni pilotate e coerenti ai soli interessi degli amministratori.

La piattaforma, paradossalmente, diverrebbe uno strumento distruttivo della democrazia. Bisogna tener conto che la democrazia elettronica per poter funzionare, non può essere delegata e gestita da privati, ma deve essere assistita da sistemi che ne garantiscano la trasparenza, la neutralità e la pubblicità.

Tra i sistemi digitali in grado di supportare il voto, vi sono infine, da dover menzionare, quegli strumenti che misurerebbero il grado di conformità ad una determinata questione, in base alle opinioni rilasciate dagli utenti, ma anche quelle piattaforme “agorà” che permetterebbero una comunicazione bifronte tra cittadini e rappresentanti.

Si è avuto modo di dire, che una particolare espressione di partecipazione rappresentativa digitalizzata si avrebbe, anche, con quegli strumenti digitali che permetterebbero di processare il gradimento degli utenti attraverso feedback: “Software Information Processing“.

Tutto ha un peso diverso nel contesto politico, lo stesso like di Facebook assume un suo ruolo. La piattaforma non solo è funzionale alla rilevazione di dati per fini commerciali, ma è in grado, anche, di influenzare i propri utenti.

Tralasciando il dibattito relativo al fatto di dover qualificare un social network come technology companies o media companies, in cui solo nel secondo caso, si attribuirebbe un certo grado di responsabilità ai gestori per le informazioni trasmesse, il problema è che i socialnetwork presentano determinate peculiarità.

Infatti, gli algoritmi, che permettono di selezionare preventivamente le informazioni da presentare all’utente, rientrano nel contesto del segreto industriale, così come, sono sconosciuti i criteri utilizzati per dare visibilità o meno ai contenuti degli utenti. Non sussiste alcuna garanzia, per poter escludere che ad essere visibili siano le sole informazioni dei sostenitori dei social network o le sole informazioni politiche più vicine alla corrente sostenuta.

Questioni che, senza alcun dubbio, rappresentano terreno fertile per alimentare dibattiti sulla censura, o lesione della libertà telematica, o sui princìpi stessi della rete, per sua natura neutrale.

D’altra parte, come rinviene lo stesso Gometz, occorre tener presente che le piattaforme digitali nascono come compagnie private, non sono oggetto di alcuna normativa nazionale o internazionale e che i principi della neutralità della rete investono la sola circolazione/diffusione dei dati, e non anche delle informazioni.

Unica questione certa è l’approdo della politica sui social network, ma ad oggi, nessun ordinamento è stato in grado di intervenire per impedirlo o regolare le piattaforme, divenute oramai spazio politico.

Il potere di selezionare, manipolare o controllare le informazioni da far circolare, ha generato a carico dei cittadini/utenti l’illusione della titolarità di un potere di controllo, causando, in assenza di strumenti normativi che impediscano un facere (un modo di procedere) simile, un danno irreparabile al modello democratico.

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