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02/12/2021

La Musica come Luogo d’Incontro tra Sensi e Ragione

Mi piacerebbe lanciare questa sezione riportando un articolo pubblicato sul sito “www.filosofiadellamusica.com“, uno dei nostri “siti partner“, disponibile direttamente su questo link e che riporto di seguito.

Esistono musicisti che suonano perché amano sviluppare il proprio senso del tatto e dell’udito, la propria capacità di sentire lo strumento, di muoversi agilmente su di esso, di ascoltare quello che fanno, di suonare cose semplici che – al progredire dei battiti per minuto del metronomo – diventano sempre più complesse.

Queste persone solitamente amano arricchire il proprio vocabolario, perché per loro significa avere più elementi e mezzi per comunicare quanto hanno dentro, potendosene servire quando lo ritengono più opportuno. “Esprimersi” significa, infatti, “spingere fuori se stessi”, quindi ciò che si ha dentro.

Se seguiamo quanto diceva l’assioma aristotelico “nihil est in intellectu quod non prius in sensu”, ossia “non c’è niente nel nostro intelletto che non sia prima stato nel senso” – famosa frase che si trova in Tommaso D’Aquino (1225 – 1274) e poi ripresa da John Locke (1632 – 1704) – ed è vero che il nostro intelletto è una “tabula rasa” e che le nostre idee sono fatte di contenuti sensibili, legati alla materia, e di contenuti razionali, legati alla forma, allora per poter arricchire la propria conoscenza ed esercitare la propria capacità di dare vita a nuove idee bisogna partire dall’esperienza, dal fare, indipendentemente dal fatto che a guidare questa esperienza siano la ragione o i sensi: altrimenti, come si fa a crescere e migliorare?

Al contrario di quanto pensano molte persone, infatti, l’esperienza non è pura sensibilità. A dimostrare che l’esperienza deriva dalla sintesi intellettuale dei dati sensibili era già stato Immanuel Kant (1724 – 1804) nella sua critica a David Hume (1711 – 1776), per il quale le idee erano solo un mucchio di sensazioni messe e tenute insieme dal soggetto.

Ed anche per la musica non si può parlare soltanto di sensi, in quanto – come diceva Gottfried Wilhelm Leibniz (1646 – 1716) – essa è il luogo di incontro di razionalità e sensibilità. E, in effetti, ogni persona che ha studiato anche solo un po’ di musica lo sa bene: di fatto, suonare significa in qualche modo utilizzare, in maniera più o meno consapevole, il pensiero. Il musicista americano Ed Soph, noto maestro di tantissimi batteristi famosi quali Dave WecklAri HoenigKeith CarlockJoel RosenblattJason Sutter and Stockton Helbing – scrive infatti in alcune pagine destinate ai suoi allievi della North Texas State University che “i migliori musicisti sono anche grandi pensatori”. La ragione di questo è che la musica accade nel tempo, che possiamo semplicisticamente descrivere come una linea che va da A a B, ed ha quindi una “forma matematica“, per usare un termine caro ad Aristotele (367 – 347 a.C.) ed ai Pitagorici. Di fatto, parliamo di una disciplina a cavallo tra matematicafisica e psicologia della percezione.

A questo va aggiunto che, in generale, ormai la psicologia moderna è più che unanimemente concorde nel ritenere che sia necessario parlare di un’unità mente-corpo, di cui in realtà – al di là di quello che molti credono – avevano già parlato René Descartes (1596 – 1650), gli illuministi e i post-cartesiani, i quali avevano già appreso e ragionato sui legami tra il sistema nervoso centraleperiferico e dei sensi.

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