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02/12/2021

In Forum con Gary Chaffee

Questo è un articolo-estratto dell’intervista a Gary Chaffee del Febbraio 2017 a Boston per Filosofia della Musica (www.filosofiadellamusica.com) e il Trattato (www.iltrattato.com), il contenuto della quale verrà pubblicato integralmente nelle prossime puntate.

Noto batterista e didatta americano (in foto) è più popolarmente conosciuto per essere stato l’insegnante di due mostri sacri della batteria, Vinnie Colaiuta e Steve Smith.

In questo articolo presenteremo un estratto di alcuni punti discuss con Gary.

n foto, Gary Chaffee, noto batterista e didatta americano, maestro di batteristi quali Vinnie Colaiuta e Steve Smith

Parlammo di Jazz e di come la musica Bebop cambiò radicalmente il modo di suonare la batteria.

Dalle sue origini agli inizi del ‘900 fino alla fine degli anni ’30 la gente andava ai concerti Jazz perballare. Negli anni ’40 alcuni musicisti Jazz decisero di suonare musica non concepita per il ballo, più creativa e improvvisata.

Nascono così le melodie Bebop (“Jazz tunes”), suonate senza seguire spartiti; i musicisti iniziano a scambiarsi le famose quattro misure di solo; la gente inizia ad andare ai concerti per ascoltare i musicisti, non per ballare – e non a caso il tempo dei pezzi è estremamente veloce.

E gli effetti di questo nuovo genere musicale sul modo di suonare la batteria iniziarono a farsi vedere immediatamente. Nel Jazz degli anni ’20 i batteristi suonavano tre voci su quattro in modo ripetitivo: il charleston sul due e sul quattro, il piatto ride nella sua forma standard e ben nota, e la grancassa sui quarti.

La prima misura, da sinistra, mostra le tre voci standard della batteria prima della nascita del Bebop, ossia andamenti ripetitivi col piatto ride, il charleston e la grancassa. La seconda misura, in quarti ed ottavi, mostra lo stesso concetto, e rappresenta uno dei modi più comuni di scrivere spartiti Jazz, che il musicista interpreterà come le terzine della prima misura, se il tempo e la tecnica lo consentono.

Col Bebop il batterista inizia a seguire i solisti, quindi da strumento molto orientato a tenere il tempo la batteria diventa uno strumento focalizzato sull’improvvisazione.

Inizialmente la grancassa era molto grande, solitamente 28-30 pollici, e utilizzava battenti molto grandi e soffici, di dimensioni quasi simili a quelli utilizzati per suonare i gong.

La ragione per la quale si suonava la grancassa in quarti è che la band era acustica e senza amplificazione e il contrabbassista non poteva competere con gli altri 10-15 o più strumenti: per questa ragione l’accordo era di suonare la grancassa sul battere – il cosiddetto “pulse” in inglese – per rafforzare il senso ritmico.

Col Bebop cambiano anche le dimensioni delle formazioni musicali, che si fanno più piccole, normalmente quartetti e quintetti. Per questa ragione non c’è più bisogno di tenere il tempo in quarti con la grancassa, perché il contrabbasso non è più sovrastato da una grande moltitudine di strumenti. E tra l’altro, si perde anche l’interesse di rafforzare il senso ritmico, perché la musica non è più concepita per essere ballata, ma per essere ascoltata.

La grancassa comincia quindi a diventare una voce usata, come il rullante, per fraseggiare e suonare gli accenti. Per circa 10 anni, a metà degli anni ’50 e ’60 il rullante e la grancassa sono gli strumenti utilizzati come “voci per il fraseggio”.

In foto, il batterista jazz americano Warren Baby Dodds (1898 – 1959) intorno al 1925. Come si può notare nella foto, le dimensioni della grancassa sono decisamente superiori rispetto a quelle delle batterie di oggi

Negli anni ’60, però, avviene un altro cambiamento importante, perché alcuni batteristi iniziano a rompere lo schema dell’utilizzo ripetitivo delle altre 2 voci: il charleston e il piatto ride. Nasce così il cosiddetto “broken Jazz”, dove tutti gli arti vengono utilizzati come voci non ripetitive.

Nel 1962-1964 iniziano a suonare più o meno tutti in questo modo: Tony Williams (1945 – 1997), Roy Haynes, Jack DeJohnette, Elvin Jones (1927, 2004) e tanti altri. Questo è ancora lo stile di oggi, in quanto non è possibile aggiungere altri livelli di complicazione: tutti gli arti utilizzano andamenti (i cosiddetti “pattern”) non ripetitivi.

In foto, Roy Haynes, a 93 anni. Roy Haynes è stato uno dei batteristi più innovativi nella storia del jazz, uno dei più grandi esponenti dello stile “broken jazz”.

Oggi sono tantissimi i batteristi che suonano in maniera più o meno classica e standard, o perché richiesto dagli altri membri della banda, o perché non hanno ancora esplorato il mondo del “broken Jazz”.

Secondo Gary Chaffee, però, quello che i musicisti di una banda vogliono, in realtà, non è che si suoni un determinato andamento piuttosto che un altro, che si suonino un ride o un charleston più “regolare”, “classico” o “standard”: quello che vogliono è un tempo deciso, consistente e trascinante, e se ci sono questi elementi, nessuno componente della banda noterà se un determinato strumento della batteria ha seguito un andamento ripetitivo o meno.

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