Il Trattato
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16/10/2021

Il Trattato – Riflessioni

Sapete, scrivere questo editoriale non è stato per niente facile. Non tanto per la mancanza di idee, concetti, proposte e percorsi che questa rivista – che per noi è innanzitutto un movimento – spera di costruire, quanto per il tono emotivo che volevo trasmettere attraverso queste parole. Però, come a volte accade, ho fatto un sogno ispiratore. Ero insieme ad alcuni amici, adesso colleghi della rivista, in una strada di Catania (la nostra città natia). Eravamo intenti a parlare, non ricordo esattamente di cosa, ma al risveglio mi è rimasta una sensazione: quella del fervore delle argomentazioni, della varietà dei campi conoscitivi toccati, dell’esigenza di trovare delle chiavi di lettura che potessero interpretare e reggere gli interrogativi che questa società ci pone.

“Il Trattato” nasce proprio dalle discussioni di un gruppo di giovanissimi diciottenni, che tra “un bicchier di coca e d’un caffè” (si, la canzone di Gino Paoli è stata una delle nostre “hit”) discutevano intere nottate sulla condizione dell’uomo moderno. Che cosa, ci chiedevamo, può rendere felici le persone? Quali condizionamenti e mutamenti della nostra società influiscono sulla creazione di relazioni che possano davvero giovare alla creazione di un “mondo” privo di malessere?

Credevamo in un mondo di pace, perché innanzitutto noi stessi eravamo stati capaci di creare un gruppo caratterizzato da valori come sincerità, onestà intellettuale, generosità reciproca e impegno. Non sapevamo, però, come riuscire a trasmettere questi valori, come renderli fruibili anche a chi non fosse stato presente alle nostre “serate”. Per diversi anni queste e altre domande, che avremmo poi condensato in questo progetto, non hanno trovato una risposta organica e sistematica. Ognuno di noi ha intrapreso percorsi esistenziali e professionali diversi, e “Il Trattato” è scivolato pian piano nello sgabuzzino delle idee onirico-utopistiche tipiche di un’età giovanile in cui si vuole, abbastanza ingenuamente, “cambiare il mondo”.

Tuttavia, la maturità non ha oscurato il “grande” progetto. In ognuno di noi il fuoco non si era mai spento, anzi. Aveva preso corpo la consapevolezza che, se veramente volevamo realizzare qualcosa, non bastavano di certo soltanto alcune ottime idee e qualche buona intenzione. Con il tempo abbiamo accumulato tutta una serie di conoscenze ed esperienze che ci permettono, a distanza di più di dieci anni, di realizzare quello che per noi è un movimento di rinascita.

Il nostro principale scopo, tramite le riflessioni e le azioni che presenteremo, sarò quello di promuovere un’idea di “bene” svincolata da qualsiasi forma ideologica; un’idea di “bene” che sia davvero qualcosa di concertato, sempre in divenire, un flusso energetico che dal basso non miri ad arrivare alla vetta da cui sprizzare gocce di sapienza, ma che trasversalmente, e grazie all’apporto di diverse discipline e campi conoscitivi, sappia generare un circolo virtuoso, dia suggestioni innovative, riesca a muovere le coscienze.

Il trattato, come ho già anticipato, non vuole essere solo una rivista. Gli articoli che presenteremo sono un espediente narrativo grazie al quale raccontare delle storie, affrontare degli argomenti di rilevanza sociale, proporre delle linee che disegnino nuovi argini per nuovi percorsi. Vogliamo creare dibattiti, momenti di confronto virtuali e dal vivo, attività di carattere sociale. Vogliamo, cioè, toccare con mano ciò di cui parliamo, perché crediamo fermamente che discutere sulle cose non basta se non ti muovi al loro interno, se non le tocchi con mano. Ecco, insieme alle riflessioni teoriche, il nostro sarà sicuramente un lavoro artigianale: vogliamo “sporcarci” le mani, vivere la realtà sociale che proveremo a descrivere, smuoverla, sentirne l’odore.

Sappiamo benissimo che il rischio di cadere in farneticazioni di stampo idealistico è sempre dietro l’angolo. Ma, lo ripeto, noi siamo rimasti dei sognatori, sognatori con un po più di sale in zucca, con un piede a terra e l’altro sospeso, con le mani rivolte al cielo e gli occhi che guardano avanti. Non pretendiamo di indicare “la via”, un sistema univoco e rappresentativo per tutti, poiché sarebbe contro ciò in cui crediamo. Quello che vogliamo è presentare un insieme di alternative possibili, idee di scarto che questa società ha reputato inutili. Ciò che ci guida, dunque, è una consapevolezza operativa, una “fede” sull’importanza cruciale del confronto, sia tra i membri della rivista sia tra la rivista e coloro che sceglieranno di seguirla; battiamo la strada, il percorso si delineerà camminando.

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