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02/12/2021

Il golpe e i colpiti. La barbarie di un paese nel quale le parole non dicono più

Proponiamo la traduzione dell’articolo “O golpe e os golpeados” – A barbárie de um país em que as palavras já não dizem di
ELIANE BRUM apparso il 20 giugno 2016 su El Pais Brasil. Qui il link all’articolo originale O golpe e os golpeados | Opinião | EL PAÍS Brasil


Traduzione a cura di Leonardo Franceschini (autore di “Decolonizzare la cultura” – Razza, sapere e potere: genealogie e resistenze)

Sheila da Silva discese la collina di Cherosene per comprare tre patate, una carota e del pane. Udì degli spari. Non si fermò. Continuò, semplicemente, poiché gli spari non le risultavano cosa insolita. Sheila da Silva iniziava a risalire la collina quando i vicini la avvertirono del fatto che un proiettile vagante aveva trovato la testa di suo figlio, diventando così un proiettile andato a segno. Salì le scale correndo, con il petto ansimante: le mancava l’aria. Sulla porta di casa, il corpo di suo figlio coperto con un lenzuolo. Lo sollevò. Vide il sangue. La madre affondò le dita e si dipinse il volto con il sangue di suo figlio.

La scena si è prodotta il 10 di giugno a Rio de Janeiro. Con lei la pietà negra del Brasile attraversò lo svuotamento delle parole. Il viso sul quale si mescolano le lacrime e il sangue, documentato dal fotografo Pablo Jacob della Agência O Globo, si è impresso sui giornali. Per un effimero istante, che inizia già a trascorrere, la morte di un giovane e povero negro in una favela carioca si è trasformata in notizia. Sua madre ha fatto di questa una funzione. Se non fosse vita, sarebbe arte.

Sheila udì gli spari e proseguì. Doveva proseguire, con la speranza che le pallottole fossero per altri figli, per altre madri. E tornò con la sua borsa con le patate, una carota e del pane. Ancora non sapeva che la pallottola, questa volta, era per lei. Ancora non c’era sangue, però l’immagine già si faceva terribile essendo quotidiana, invisibile. La donna che prosegue nonostante gli spari e ritorna con patate, una carota e del pane, furiosamente umana, alla ricerca di uno spazio di routine, un frammento di normalità, nel bel mezzo di una guerra che non ha mai potuto vincere. E le guerre che non si possono vincere non sono guerre, ma massacri. E allora corre, senza fiato. E stavolta le patate, la carota e il pane non possono salvarla.

La pietà si dipinge il volto con il sangue di suo figlio, per farsi umana.

La pietà si dipinge il volto con il sangue di suo figlio per farsi umana nell’orrore. Ed è allora che ci raggiunge. Ma si tratta di una guerriera già sconfitta da sempre, poiché ci raggiunge solo per un istante e ben presto ricadrà nel dimenticatoio. E, dopo il suo, i proiettili hanno già trafitto altri figli. E il suo sangue è scorso lungo i vicoli, le stradine e le scalinate, fino a mescolarsi con le acque sporche dei fiumi e dei ruscelli inquinati che serpeggiano nei sobborghi.

La pietà della favela non mette a riparo il corpo morto di suo figlio come nell’immagine rinascimentale. Va oltre questo gesto, giacché qui non ci sono rinascite. Fa del sangue di suo figlio la sua stessa pelle, trasforma il suo sangue nel proprio, lo porta nel suo essere. Ritualizza. In questo gesto denuncia due tragedie: il genocidio della gioventù negra che stavolta ha raggiunto suo figlio e il fatto che “genocidio” sia una parola che, in Brasile, non dice più nulla. Se non ci sono parole atte a descrivere il dolore della madre che perde suo figlio, esiste un altro orrore che punta verso il Brasile. La tragedia brasiliana consiste nel fatto che le parole esistono, ma non dicono più nulla.

Le parole si sono trasformate in lettere smarrite, perdute, che non arrivano mai a destinazione.

Poiché se non c’è ascolto, non si dice nulla. Le parole si trasformano in lettere spedite che non raggiungono mai la loro destinazione. Lettere smarrite, perse. Se l’altro è un indirizzo sempre sbagliato, una casa già disabitata, non esistono orecchie, non esiste risposta. In un paese nel quale le parole cessano di dire, rimane il sangue. Le parole che le madri potrebbero pronunciare, le parole che di fatto dicono, non squarciano nessun timpano, non feriscono nessun cuore, non commuovono nessuna coscienza. Dinnanzi al corpo morto di suo figlio, la pietà negra ha bisogno di indossare il sangue, ha bisogno di incarnarsi, giacché le parole hanno perso corpo. In Brasile le parole sono fantasmi.

Quattro giorni dopo quello in cui Sheila da Silva ha dipinto il suo volto col sangue del figlio, il 14 di giugno, nel municipio di Caarapó, nello stato di Mato Grosso do Sul, una settantina di latifondisti sono saliti sui loro furgoni e hanno invaso la zona nella quale un gruppo di indigeni guaraní kaiowás avevano riconquistato Toro Paso, la loro terra ancestrale. Assassinarono l’indigeno Clodiodi Aquileu Rodrigues de Souza Guarani Kaiowá, agente sanitario di 26 anni, per poi ferire con proiettili altri cinque indigeni, tra i quali un bambino di 12 anni che ha ricevuto una pallottola nella pancia. Non si è trattato di un “confronto”, come la stampa insiste nell’affermare. Si è trattato di un massacro.

All’incirca 70 persone uscirono di casa con una idea: «Scacceremo gli indigeni anche a costo di ucciderli». E li uccisero. Perlomeno a partire dalla vigilia già si sapeva che nella regione si stava pianificando l’attacco, ma le autorità non adottarono nessuna misura per evitarlo. Ennesimo episodio di un altro genocidio, quello degli indigeni. Più di 500 anni dopo l’invasione europea, quando iniziò l’uccisione di milioni di loro, lo sterminio continua il suo percorso. Ma la parola non dice più nulla. E il sangue ha macchiato Toro Paso, ancora una volta.

I guaraní kaiowás sanno che la parola dei non indigeni, in Brasile, non dice nulla. Dal 1980 si denuncia il fatto che i giovani indigeni si impiccano sugli alberi perché le parole dei bianchi non dicono niente. Non potendo vivere, si uccidono. Tutto questo suscitò un po’ d’attenzione all’inizio del “fenomeno”. Poi entrò a far parte del quotidiano, già non faceva più notizia. Gli alti tassi di denutrizione, che hanno già condotto bambini alla morte, sono anch’essi ben conosciuti. Neanche l’aver coscienza del fatto che gli indigeni soffrono la fame ha accelerato il processo di circoscrizione delle loro terre.

I guaranì kaiowás sanno che la parola dei bianchi non agisce.

Nel 2012 un gruppo di 170 uomini, donne e bambini guaraní kaiowás scrisse una lettera. Li avrebbero sradicati ancora una volta dalla loro casa per una decisione della (in)giustizia. Per questo hanno scritto, nella lingua dei bianchi, che avrebbero resistito nella loro terra ancestrale, dalla quale non sarebbero usciti neanche morti: «Chiediamo al Governo e alla Giustizia Federale che non decretino l’ordine di sfratto/espulsione, bensì che decretino la nostra morte collettiva e che ci seppelliscano tutti qui. Chiediamo, una volta per sempre, che decretino la nostra totale estinzione/decimazione e che inviino inoltre vari trattori affinché scavino una grande buca nella quale possano gettare i nostri corpi e lì seppellirli».

La lettera li fece uscire da quel silenzio mortale al quale li avevano condannati. Dopotutto, l’interpretazione di ciò che gli indigeni dicevano era chiara: ammettano il nostro genocidio e decretino la nostra estinzione. Ci seppelliscano tutti in un colpo solo e piantino soia, canna da zucchero e buoi lì nella terra rubata e fertilizzata con i nostri corpi. Abbiano il valore di ammettere lo sterminio invece di utilizzare le loro leggi per ucciderci a poco a poco. Pronuncino il nome di ciò che realmente sono: assassini. Si trattava di questo, e averlo detto nella lingua dei bianchi da parte di coloro che appartenevano ad un’altra lingua causò uno shock. Ma lo shock terminò. E i guaraní kaiowás continuano ad essere sterminati. Anche con pallottole.

Per i guaraní la parola-anima è quella che rende umani; senza di lei, la persona diventa un non-essere.

La parola, per i guaraní, possiede un senso profondo. Ñe’ẽ è parola ed è anima, è la parola-anima. Vale la pena ricordare un frammento dello splendido testo dell’antropologa Graciela Chamorro:

«La parola è l’unità più fitta che spiega come si struttura la vita per i popoli chiamati guaraní e come loro si immaginano il trascendentale. Le esperienze di vita sono esperienze della parola. Dio è parola […] La nascita, quale momento in cui la parola si assesta e procura a se stessa un posto nel corpo del bambino. La parola circola attraverso lo scheletro umano. È esattamente ciò che ci mantiene in piedi, ciò che ci umanizza […] Nella cerimonia durante la quale si attribuisce un nome, lo sciamano rivelerà il nome del bambino e segnerà con questo la ricezione ufficiale della nuova parola all’interno della comunità […] Le crisi della vita – malattie, tristezze, inimicizie, ecc. – si spiegano nei termini di un allontanamento da parte della persona rispetto alla sua parola divinizzatrice. Per questa ragione gli oranti e le oranti si sforzano per farla tornare indietro, per far tornare la parola ad accomodarsi nella persona, restituendole la salute […] Quando la parola non ha più luogo né posto, la persona muore e diventa un divenire, un non-essere, una parola che già non è più […] Ñe’ẽ e ayvu possono essere tradotte tanto come “parola” che come “anima”, con lo stesso significato di “la mia parola sono io” o “la mia anima sono io” […] In questo modo l’anima e la parola possono mutuamente qualificarsi. Si può parlare di parola-anima o di anima-parola, essendo l’anima non una parte, bensì la vita nella sua totalità».

Come spiegò l’antropologo Spensy Pimentel quando la lettera si divulgò: «La parola è il centro dell’esistenza, produce un’azione nel mondo, fa sì che le cose accadano, crea il futuro». Per i guaraní kaiowás la parola è una “parola che agisce”. Gli indigeni non avevano ancora inteso la profondità della corrosione di ciò che si chiama Brasile, questa terra edificata sui suoi cadaveri da colonizzatori che furono colonizzati, da espropriati che divennero espropriatori, da rifugiati che a loro volta cacciano via. Questa terra che si trova in uno stato di rovina permanente per essersi costruita sulle ossa, sulle viscere e sul sangue, sulle unghie e sui denti, sulle umane rovine. Nell’invocare la parola dei non indigeni, i guaraní kaiowás non avevano ancora capito che il Brasile sta marcendo poiché la parola dei bianchi non agisce.

La parola dei bianchi ha perso l’anima.

Il genocidio dei guaraní kaiowás, così come quello di altri popoli indigeni, nonostante venga pronunciato, persino gridato, non produce azione, non produce movimento. Che si impicchino, che muoiano di fame, che li si perfori con proiettili, niente di tutto ciò smuove. Le parole sono diventate così silenziose come i corpi morti. Le parole, come i corpi, non hanno già più vita. E, così, non possono dire. Non sono neanche fantasmi, giacché per essere un fantasma c’è bisogno di un’anima, sebbene in pena. La parola-anima dei guaraní rivela, al contrario, che la parola dei loro assassini già non si trova. E nemmeno è.

Il golpe fondatore del Brasile si ripete, e la carne colpita è negra, è indigena.

Se esiste un genocidio negro, se esiste un genocidio indigeno, e conosciamo le parole, e le pronunciamo, e non succede niente, allora si è creato qualcosa di nuovo nell’attuale Brasile. Qualcosa che non è censura, poiché si situa oltre la censura. Non è che non si possano pronunciare le parole, come ai tempi della dittatura: il fatto è che le parole pronunciate non dicono più nulla. Il mettere a tacere odierno, pieno di suono e di furia nelle strade di asfalto e anche in quelle di bytes, sono gremite di parole che non dicono nulla. Questo è il golpe. E la carne colpita è negra, è indigena. È questo il golpe fondatore del Brasile, che si ripete. E si ripete. E si ripete. Però sempre con un po’ di orrore in più, perché il mondo cambia, il pensiero avanza, però il golpe continua a ripetersi. Fino al punto che oggigiorno silenzia anche le parole pronunciate.

Nel film Trago comigo (Porto con me) di Tata Amaral, che da poco ha esordito nei cinema brasiliani, la cosa più potente è rappresentata dai nastri neri. L’opera intesse una narrazione fittizia con testimonianze di persone reali. Un direttore di teatro, interpretato da Carlos Alberto Riccelli, è un guerrigliero di una dittatura, incarcerato, torturato ed esiliato, il quale si è dimenticato di un capitolo vitale della sua storia. Per la riapertura di un teatro che era stato abbandonato, un teatro pieno di polvere, ragnatele e silenzi, così come questo angolo della sua memoria, mette in scena un pezzo che è la sua propria storia, il capitolo cancellato della storia. Per ricordarsi di sé stesso, mette in scena la realtà come finzione. Ma, affinché noi che li vediamo possiamo ricordare cosa sia e di quale realtà si tratti, i torturati per mano del regime civile-militare raccontano com’era stare nei sotterranei della repressione.

Tuttavia, nel pronunciare i nomi dei torturatori, la voce tace e un nastro nero tappa la bocca a chi sta parlando. I nomi non potrebbero essere pronunciati neanche oggigiorno, allorquando si vive formalmente in una democrazia, poiché i torturatori e gli assassini del regime non sono stati né giudicati, né condannati. Con la scelta dei nastri, la direttrice protegge sé stessa da eventuali processi legali. Ma allo stesso tempo denuncia anche il golpe che continuò e che continua a perpetrarsi.

In Trago comigo, il nastro nero che tappa la bocca delle vittime segnala l’osceno: i torturatori continueranno ad essere impuniti.

Il nastro segnala ciò che è osceno, o pornografico: vale a dire, che i torturatori e gli assassini non possono essere nominati perché non saranno giudicati. E, in questo modo, non risponderanno dei loro crimini. Non potendo nominare coloro che li hanno violentati, i sopravvissuti continuano ad essere violentati. E i morti, coloro che vennero assassinati, senza il nome dell’assassino continueranno a non ricevere sepoltura. Senza fare i conti con la storia, un paese condanna il suo presente, giacché il passato continua a ripetersi nel presente. E non c’è nulla peggiore di un passato che non passa.

Il fatto è che, fuori del cinema, i nomi dei 377 agenti dello Stato che parteciparono direttamente o indirettamente al sequestro, alla tortura, all’omicidio e all’occultamento di cadaveri durante il regime d’eccezione (1964-1985) sono stati pronunciati. Sono documentati e godono di un libero accesso al pubblico nel rapporto della Commissione Nazionale della Verità, la quale ha fatto indagini sui crimini della dittatura. Ma non furono giudicati per questo. L’unico torturatore riconosciuto dalla Giustizia fu il colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra (1932-2005). Ciononostante, nell’aprile del 2015, una delle azioni contro di lui venne sospesa da una misura cautelare della ministra Rosa Weber, del Tribunale Supremo del Brasile, che si basava sul perdono promosso dalla Legge sull’Amnistia. Il colonnello morì in ottobre senza essere stato punito. C’è un grande clamore affinché si riesamini la Legge sull’Amnistia, ma nel 2010 il Supremo decise di non rivederla. L’Ordine degli Avvocati del Brasile (OAB) fece dei ricorsi che dopo anni ancora non sono stati analizzati.

È più complicato della censura perché oggi le parole si dicono, ma non producono la trasformazione.

Pertanto è ancora più complicato della censura, è ancora più complicato rispetto al non poter dire. Poiché, ancora una volta, le parole esistono. Le parole sono pronunciate. Ma non dicono nulla, poiché non producono il movimento sufficiente per trasformare la realtà. In questo caso, il movimento sufficiente per promuovere la giustizia, affinché le parole possano dire che questo paese non tollera – e non tollererà – torturatori e assassini; che questo paese non tollera – e non tollererà – dittatori e dittature.

Solamente in un paese nel quale le parole hanno fallito la decisione di mettere un nastro sulle parole dette costituisce una denuncia più potente del pronunciarle o svelarle. Il nastro segnala meno ciò che non si può pronunciare e più ciò che non serve a nulla dire. La censura è la repressione applicata alle parole che agiscono, e, per agire, destabilizzano l’oppressione, diventando pericolose per gli oppressori. Qui già non agiscono più. Ciò che sommerge il paese che è ritornato alla democrazia è un terrore di un altro ordine.

Durante la votazione della Camera Bassa del 17 aprile che sentenziò l’apertura del processo di destituzione della Presidentessa Dilma Rousseff, del Partito dei Lavoratori, il deputato Jair Bolsonaro, del Partito Sociale Cristiano, mostrò ciò che avviene in un paese nel quale le parole hanno perso l’anima. Nel votare a favore della destituzione, rese omaggio a uno dei maggiori torturatori della dittatura civile-militare: «Per la memoria del colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, terrore di Dilma Rousseff; per l’esercito di Caxias; per le Forze Armate; per il Brasile, in particolar modo, e per Dio, soprattutto, il mio voto è sì».

Sotto il comando di Ustra vennero uccise almeno 50 persone e torturate a centinaia. Una di queste fu Amélia Teles, meglio nota come Amelinha. Dopo esser stata selvaggiamente torturata, la fecero sedere sulla sedia del drago, un marchingegno al quale la vittima viene legata con cinghie di cuoio e dove le si mettono fili elettrici in differenti parti del corpo, tra le quali gli organi genitali. Amelinha era nuda, urinava e vomitava. Ustra mandò a chiamare i suoi due figli, di 4 e 5 anni, affinché vedessero la situazione della loro madre. La bambina chiese: «Mamma, perché sei blu?». Amelinha era blu a causa delle scariche elettrice. Portarono via i bambini e continuarono a torturare la loro madre.

È stato questo il torturatore al quale Bolsonaro ha reso omaggio, e si tratta solo di un caso tra centinaia. Jair Bolsonaro è stato applaudito da molti per aver rivendicato un assassino seriale, per non parlare dell’esplicita perversione dell’opposizione: «Il terrore di Dilma Rousseff». Come si sa la presidentessa, oggi temporaneamente sospesa, fu una delle torturate dalla dittatura.

Quando il deputato Jean Wyllys, del Partito Socialismo e Libertà, votò contro l’impeachment, Bolsonaro lo insultò chiamandolo “frocio” e lo afferrò per un braccio. Jean Wyllys sputò a Bolsonaro. Lo sputo accese la polemica. Per una parte della società brasiliana lo sputo diventò un atto più grave del rendere omaggio a un torturatore assassino che morì impunito. Ma cosa può aver denunciato lo sputo? L’impossibilita della parola, dovuta al suo svuotamento. Oltre a discutere se lo sputo sia accettabile o meno, occorre decifrarlo.

Lo sputo di Jean Wyllys non colpì solo Jair Bolsonaro, ma raggiunse molte più cose.

Quando qualcuno democraticamente eletto può rendere omaggio a un assassino seriale della dittatura e ricordare con sadismo che era il “terrore” della presidentessa che è temporaneamente sospesa, e, immediatamente dopo, commettere un atto omofobico, e che nulla si muova ad eccezione di ancora più parole, è perché le parole si sono svuotate di potere. Lo sputo non colpì solo Bolsonaro, ma raggiunse molte più cose. Avendo a disposizione solo parole morte, parole che non dicono, forse non gli era rimasto altro che sputare. E così, senza parole, dopo il 17 aprile, alcuni manifestanti sputarono e vomitarono sulle foto di parlamentari in tutto il Brasile.

Anche la disputa attorno al “golpe” segnala lo svuotamento delle parole.

Ho già scritto più di una volta che considero il Governo di Dilma Rousseff indifendibile per aspetti fondamentali, e che il vicepresidente-cospiratore Michel Temer rappresenta la sua continuazione peggiorata. Tuttavia, un processo di destituzione di una presidentessa democraticamente eletta, senza una base legale, non rispetta il voto della maggioranza e costerà molto caro al paese. Per questo sono contraria all’impeachment. Ma anche la disputa attorno alla parola “golpe” – se il processo di destituzione sia o meno un golpe – mi sembra puntare verso lo svuotamento delle parole. È imperativo chiedersi, per evitare il rischio di semplificazioni che possano servire al pragmatismo del momento, però riscuotere un prezzo elevato più avanti: dove è il golpe? E chi sono i colpiti in questo paese?

Basta seguire il sangue. Basta seguire la traccia di indegnità di coloro ai quali le case vengono violate dagli agenti della legge nelle periferie; da coloro che vedono le loro case distrutte per i cantieri, prima per la Coppa del Mondo, poi per i Giochi Olimpici; da coloro le cui vite sono rubate dai grandi progetti in Amazzonia; da coloro che affollano le carceri per il loro colore; da coloro che hanno meno di tutti a causa della loro razza; da coloro ai quali lo Stato finge solamente di offrire un insegnamento in scuole che cadono a pezzi, quando in realtà nega loro qualsiasi possibilità; dagli espulsi dalle loro terre ancestrali, che vengono messi nelle favelas delle grandi città; a coloro che vedono come vengano loro tolte le coperte quando fa freddo per non “rifavelizzare” lo spazio pubblico. Basta seguire coloro che muoiono e gli assassinati per sapere dove si trova il golpe e chi siano i colpiti. Come ci ha ricordato Sheila da Silva, la pietà negra del Brasile, il sangue dice ciò che le parole non sono più capaci di dire.

Questa crisi non è meramente politica ed economica. È una crisi d’identità, è una crisi della parola. Le parole sono ciò che ci allontanano dalla barbarie. Se le parole non tornano ad incarnarsi, se non ritornano a dire, in Brasile il passato non passerà. E ci resterà solo da dipingerci il volto con il sangue.

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